Scandalo Argo 1: inchiesta e conseguenze politiche

Inchiesta condotta nel 2017 — sviluppi fino al 2019

Argo 1, un’agenzia di sicurezza nella tempesta

Il 22 febbraio 2017, mentre ricoprivo le funzioni di responsabile della comunicazione del Partito socialista ticinese e di consigliere personale del suo presidente Igor Righini, una vasta operazione di polizia si dispiega nella regione di Lugano: un centinaio di agenti delle polizie cantonale e federale (Fedpol), in coordinamento con il Ministero pubblico della Confederazione (MPC).

L’operazione porta a perquisizioni in diversi appartamenti di Viganello, all’audizione di varie persone e all’arresto di un agente di sicurezza, accusato di essere un reclutatore per lo Stato islamico. Quest’uomo lavorava per Argo 1, una modesta agenzia di sicurezza ticinese, alla quale era però stata affidata, con mandato cantonale, la sorveglianza di tre centri d’accoglienza per rifugiati e richiedenti l’asilo. Una vicenda al tempo stesso giudiziaria e profondamente politica.

Un’inchiesta al servizio della trasparenza e dell’interesse pubblico

Forte della mia esperienza di Researcher media / Recherchiste alla RTS (Radiotelevisione svizzera) e parallelamente al mio ruolo di responsabile della comunicazione del PS ticinese – che esercitavo come indipendente –, ho condotto l’inchiesta su questo scandalo. Questo lavoro, integrato nel mio contratto iniziale senza supplemento di compenso e svolto al di fuori dell’ambito stretto del mio mandato, mirava innanzitutto all’interesse pubblico.

Condotta dalla fine di febbraio a maggio 2017, questa inchiesta è stata naturalmente messa a disposizione del PS, della sua direzione e dei suoi eletti in Gran Consiglio, ed è stata condivisa con dei giornalisti. Nella primavera del 2017, il dossier è stato in particolare trasmesso alla squadra della trasmissione Falò (RSI), che preparava un reportage d’inchiesta andato in onda nel settembre 2017.

Fin dalla mia nomina a responsabile della comunicazione del PS, avevo interrotto ogni collaborazione con Rete 3 (RSI), dove ero corrispondente e cronista, per evitare qualsiasi conflitto d’interessi. Non ho dunque percepito alcun compenso per questo lavoro d’inchiesta.

Dall’agenzia di sicurezza allo scandalo politico: verso una commissione d’inchiesta

Le mie indagini, come quelle dei pochi giornalisti che si erano occupati del dossier agli inizi, nel marzo 2017, hanno permesso di rivelare che il mandato affidato ad Argo 1 dal Cantone era stato attribuito sulla base di un’offerta di prestazione particolarmente vaga, che non dettagliava i servizi proposti. Inoltre, Argo 1 era un’impresa appena creata da una società madre dal passato opaco, i cui scopi iscritti nel registro di commercio erano quanto meno nebulosi. Tutti elementi che chiamavano direttamente in causa il dipartimento diretto dal consigliere di Stato Paolo Beltraminelli.

Quanto a Otenys SA, la società madre di Argo 1, aveva un solo amministratore e svolgeva inoltre un’attività descritta come quella di un « collettore tra il mondo scientifico e l’industria » — attività che nessun rappresentante delle autorità si è degnato di chiarire, nonostante le domande pubbliche sollevate dai comunicati stampa, dagli interventi degli eletti e dalle pubblicazioni del PS ticinese, che ho diretto dal 2016 al 2020.

Pur essendo il responsabile della comunicazione del PS ticinese, l’inchiesta che avevo condotto in precedenza è servita da base alle prese di posizione del presidente Igor Righini e alla direzioen del PS Ticino, nonché alla redazione di interrogazioni e interpellanze parlamentari. Essendo lo scandalo diventato una questione più ampia in seno all’opinione pubblica ticinese, l’insieme del processo e degli interventi parlamentari ha portato all’istituzione, nel novembre 2017, di una Commissione parlamentare d’inchiesta votata dal Gran Consiglio ticinese. Il mio lavoro non ha soltanto sostenuto le posizioni del presidente e della direzione del partito: è servito anche al rappresentante del PS in seno a questa commissione, con il quale avevo collaborato nel lavoro preparatorio.

Ipotesi e il silenzio delle autorità federali

Per tutta la durata della mia inchiesta, ho tentato a più riprese di contattare il Ministero pubblico della Confederazione per ottenere precisazioni sul ruolo di Argo 1 in questa vicenda e sull’intervento della polizia federale nella regione di Lugano che aveva portato all’arresto dell’agente accusato di reclutamento per lo Stato islamico.

Inoltre, altre fonti mi avevano rivelato l’esistenza di un’inchiesta preliminare, condotta in collaborazione con le autorità italiane. Delle informazioni che dovevo confermare, rimaste nel campo delle ipotesi. Secondo questa ipostesi, c’era stata una vasta inchiesta precedente degli inquirenti riguardd agli spostamenti e sul reclutamento di membri dello Stato islamico che si introducevano sulle stesse rotte migratorie dei rifugiati provenienti dall’Africa e diretti verso il nord dell’Europa. Per me si trattava di verificare un’ipotesi: quella di un’operazione di ampio respiro, su una pista che conduceva non solo alla struttura sorvegliata da Argo 1, ma alla natura stessa di questa agenzia di sorveglianza dal profilo e dalla storia molto atipci.

Purtroppo, silenzio stampa da parte del MPC, così come da parte del consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, allora a capo del Dipartimento della giustizia e della polizia. Alto ufficiale dell’esercito, era anche, nella veste di rappresentante istituzionale del Ticino e di membro della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, in contatto con i Servizi d’informazione della Confederazione. Silenzio generale. Norman Gobbi aveva affermato di essere stato informato dell’operazione della Fedpol — condotta in coordinamento con il MPC nella regione di Lugano — il giorno prima del suo avvio, ma si era trincerato dietro il segreto d’ufficio e non rivelò niente di più.

Epilogo di uno scandalo e domande senza risposta

La commissione d’inchiesta ha consegnato il suo rapporto a fine gennaio 2019. Nel frattempo, l’amministratore unico della società madre di Argo 1 aveva traslocato, pur continuando la sua attività in seno a questa società — che si presentava come un « collettore tra scienza e industria » senza che se ne potesse definire con precisione il campo d’azione —, oltre a un’attività immobiliare generica nel nord del Ticino.

La mia ipotesi era che questa vicenda superasse ampiamente i confini del Ticino e che, terminata l’operazione, il MPC e la Fedpol avessero lasciato al Cantone il compito di gestire i cocci senza chiarire pubblicamente il merito del dossier. La cosa più scoraggiante è stata scontrarsi con un muro di gomma, con un muro di silenzio. Avrei di gran lunga preferito che le autorità smentissero o confutassero la mia ipotesi: in fondo, si trattava di chiarire delle zone d’ombra e di fugare i dubbi in seno alla popolazione.

Un capitolo a margine: l’episodio di Bormio

Nell’autunno 2017, un altro aspetto della vicenda viene rivelato dalla stampa (RSI, laRegione, Il Quotidiano). Nell’ottobre 2014, Marco Sansonetti, allora responsabile operativo di Argo 1, aveva offerto un soggiorno a Bormio, in Valtellina, a Carmela Fiorini, responsabile del servizio dell’asilo in seno all’USSI, e al suo compagno Fiorenzo Dadò, presidente del PPD. L’importo in questione era modesto: un acconto di 150 euro versato dal titolare di Argo 1.

Nell’estate del 2017, una riunione che riuniva Fiorini, Dadò, il capo della DASF Renato Bernasconi e un collaboratore dell’USSI si era tenuta nei locali del dipartimento a proposito di questo episodio. Bernasconi, informato dei fatti, non ne aveva avvertito né il consigliere di Stato Beltraminelli né il Ministero pubblico.

Sul piano penale, Carmela Fiorini è stata prosciolta dall’accusa di accettazione di vantaggi con decreto del Ministero pubblico nel settembre 2017; il governo ha tuttavia aperto nei suoi confronti un procedimento disciplinare. Anche Renato Bernasconi è stato penalmente prosciolto per il modo in cui aveva gestito ciò che sapeva.

La vicenda ha avuto sviluppi giudiziari molto tempo dopo la chiusura della mia inchiesta. L’agente arrestato nel febbraio 2017, di doppia nazionalità turca e svizzera, era stato condannato già nell’agosto 2017 dal Tribunale penale federale per propaganda e sostegno a un’organizzazione terroristica. Nel settembre 2019, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) gli ha revocato la nazionalità svizzera, ritenendo il suo comportamento gravemente pregiudizievole per gli interessi del Paese. La misura è stata confermata dal Tribunale amministrativo federale nel giugno 2021 e, in ultima istanza, dal Tribunale federale nell’aprile 2022.

Nell’aprile 2019, Paolo Beltraminelli, il consigliere di Stato responsabile del dipartimento che aveva attribuito il mandato ad Argo 1 — e che non è mai stato oggetto di procedimenti giudiziari in questa vicenda —, non è stato rieletto alle elezioni cantonali.

Fonti e documenti

Comunicati stampa del PS Ticino, scandalo Argo 1 (13.03.2017 e 21.11.2017): ps-ticino.ch — ricerca « argo 1 »

Archivio dei comunicati, PS Ticino: ps-ticino.ch — comunicati stampa

RSI, Falò, 28 settembre 2017, « Dentro Argo 1, i misteri di uno scandalo »: Guarda il reportage

Sulla revoca della nazionalità svizzera (2019-2022): laRegione — decisione della SEM, settembre 2019 · laRegione — conferma del Tribunale federale, aprile 2022

Sull’episodio di Bormio (ottobre 2014, rivelato nell’ottobre 2017): RSI — « Argo1, il DSS sapeva di Bormio », 27 ottobre 2017

Atti parlamentari riguardo allo scandalo Argo 1 Interrogazioni, interpellanze parlamentari Argo 1

Il rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta sul settore dell’asilo in Ticino: Rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta, gennaio 2019


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