Testi
Sommario
- Che c’è da leggere qui?
- Le più belle frasi
- Scrivere come un artigiano pittore
- Un monito scolpito nella memoria
- aïeaïeaïe : un jeune boomer face à l’IA
- eddai : un giovane boomer alle prese con l’IA
- I panni della precarietà
- L’eredità e il messaggio del Baco
- unristretto! (2011 – 2016)
- Soprattutto (2014 – 2016)
- Storie corte e sonnambule : 2026-2027
- Borsellino Souvenir
Che c’è da leggere qui?
Scrivo da parecchio tempo, anzi da anni: per il piacere di scrivere o la necessità di trasporre quello che ho in mente su una pagina. All’inizio, anni fa, quando ero un ragazzo, scrivevo per me, senza avere il coraggio di rileggermi. Così finivo con lo scrivere per il cestino o per il cassetto. Poi ho scritto per il giornale della scuola, per qualche concorso. Eppure rileggere quello che scrivevo era sempre un martirio.
Ci sono voluti parecchi anni, poi ho cominciato a pubblicare grazie a Internet: dei testi che non erano destinati a lavori, redazioni o esami dell’università.
Qui ci saranno testi diversi tra loro, delle cose che mi piacciono e altre che pubblico per il piacere di condividere. Non ci saranno solo testi legati alla mia professione, né questioni intime.
Mi auguro che ci sia qualcosa che riesca a parlarvi, ma anche il fatto che qualche persona legga questa pagina è un motivo sufficiente per pubblicare.
Le più belle frasi
Le più belle frasi si formavano camminando. Così un giorno decise che si sarebbe fermato. Aveva preso una penna e un foglio bianco. Ammirandole, avrebbe cercato di seguirle.
Seduto, s’accorse che le più belle frasi svanivano correndo.
Così riempì pagine e pagine contemplando il bianco senza mai violarlo.
Lasciava che le parole venissero e guardava le più belle frasi. Le contemplava senza tarpar loro le ali. Giorno dopo giorno offriva loro uno scampolo di bianco in più affinché le parole potessero tornare, evolvere lungo le spirali delle più belle frasi e andarsene volando.
Per questo non le affogò mai imprigionandole nel nero dell’inchiostro. Custodì quei fogli con pazienza e abnegazione. Uno a uno; uno dopo l’altro. Fogli come tasselli di un calendario, come le incisioni sul muro della cella di un prigioniero.
Un giorno capì che non gli restava che una sola pagina da poter offrire alle parole. Rimanevano poche ore: poi avrebbe ammirato di nuovo, e per l’ultima volta, il volo delle più belle frasi. Allora l’aggiunse alle altre, cosciente della sua unicità. Eppure un gesto banale che odorava di quotidianità. Nel tempo aveva conservato e accumulato infiniti scampoli bianchi che, messi uno accanto all’altro, avrebbero infine composto lo spazio destinato alle più belle frasi.
Poi prese un cerino e diede fuoco all’imponente pila di fogli e di pagine bianche che pesavano quanto la sua vita. Così come aveva rinunciato a scrivere la prima parola, non avrebbe incatenato nemmeno l’ultima.
Poi immerse il suo sguardo nelle fiamme. Si voltò e se ne andò là dove, un giorno, capì che le più belle frasi che si formano camminando amano volare.
Scrivere come un artigiano pittore
Scrivo da quando ho memoria. O meglio, mi ricordo di quando imparai a leggere e cercavo di copiare le lettere su un foglio, ma questa è un’altra storia.
Mi ricordo dei temi a scuola. Lasciavo scorrere l’immaginazione, cercando di inseguirla con la penna. Ma ben presto la stilografica si rivelò troppo lenta. I miei pensieri si diramavano in arborescenza e mi sfuggivano prima che potessi catturarli.
Poi arrivò una vecchia Olivetti Lettera. Non so dove mia madre l’avesse scovata. Fu un fallimento. Senza sapere usarla, non era più veloce della penna. Il mio sogno di scrivere alla velocità di Jerry Lewis nel suo leggendario sketch svanì.
E poi la rivelazione. Avevo iniziato un corso di dattilografia, che noia, ma solo in apparenza, e i miei genitori mi regalarono una macchina da scrivere elettrica. Presto le mie dita trovavano i tasti d’istinto. I riferimenti su F e J ovvi. Cominciavo a scrivere con sette, otto dita. Mi dicevo: se l’avessi saputo prima, digitare righe di BASIC sul Commodore collegato alla TV del salotto sarebbe stato molto meno noioso.
Non era poi così male
A diciotto anni, seguendo il consiglio dei miei professori di italiano e inglese, partecipai a un concorso di scrittura per giovani: il Premio Chiara Giovani, dedicato allo scrittore di Luino. Si teneva a Varese ed era aperto anche ai giovani del Ticino. Presentai un racconto corto: l’ultimo giorno di un giovane che, quando arriva la sera, si accorge di aver perso la sua ombra e capisce che non è più di questo mondo.
Quale non fu la mia sorpresa – e quella di mia madre! – quando mi annunciarono che avevo ottenuto una menzione, appena fuori dal podio.
Alla premiazione, un ricordo indelebile: un membro della giuria mi disse sottovoce che il mio testo non era male, ma che avevo attinto – se non addirittura plagiato! – da un racconto di Edgar Allan Poe. Un’accusa infondata che all’inizio mi aveva ferito. Poi, col tempo, cambiai idea: se potevano accusarmi di aver copiato Poe, allora il mio testo non era poi così male. Non conoscevo quel racconto. Non l’avevo mai letto.
Scrivere per il gusto di scrivere
Anni dopo, a Losanna, cominciai a scrivere spesso, quasi tutti i giorni, per dare forma ai miei pensieri e destinarli alla pagina. Avevo scoperto che farlo mi calmava e faceva rallentare il flusso di pensieri, immagini e sensazioni che non avevano nessuna intenzione di lasciarmi addormentare. La maggior parte di questi testi finiva nel cestino o in un cassetto. Ogni rilettura era una tortura. Non ero all’altezza.
Con più sicurezza e meno paura della rilettura, che cominciavo ad affrontare come un passaggio necessario, avevo deciso di pubblicare dei testi online. Mi misi in testa che scrivere e pubblicare sarebbe stato un buon metodo per migliorare il mio francese scritto. Non era un blog e nemmeno il racconto della mia vita privata; pensavo a unristretto! come a un mini-giornale in francese e l’ho tenuto dal 2011 al 2016: riflessioni, editoriali, a volte notizie in anteprima o resoconti di mie ricerche o mini-inchieste che non trovavano spazio nei media né sulla stampa. Il progetto aveva superato le mie aspettative. Un successo di nicchia, certo, ma nemmeno così ridotto e sufficiente per incoraggiarmi a continuare.
Nel frattempo, alcune delle mie lettere erano state pubblicate sulla stampa romanda. All’epoca le lettere dei lettori contavano ancora, venivano lette da un redattore prima di finire sul giornale, a differenza dei commenti che avevano iniziato a pullulare sotto gli articoli online.
Poi avevo iniziato a pubblicare qualche articolo anche su La Liberté, il giornale che avevo visitato nel 1993 durante uno stage per giovani appassionati di giornalismo. Che gioia! Da una parte, il mio francese era finalmente all’altezza di essere pubblicato da un giornale serio; dall’altra, era La Liberté, il quotidiano che era stato diretto da Roger De Diesbach, che ammiravo tanto. Così come ammiravo Louis Ruffieux, il direttore del giornale quando i miei articoli vennero pubblicati.
Allora? Niente di così straordinario, in realtà. E che sarà mai! – si potrà dire. Sarà, ma per me quella storia contava.
Da una parte, non sarei mai diventato un Edgar Allan Poe, figuriamoci un vero scrittore. D’altro canto, ero pur sempre il figlio di una famiglia andalusa emigrata in Ticino, dove sono nato. Però poi me ne sono andato in Svizzera romanda, avevo avuto a che fare con un’altra lingua: il francese. Le basi le avevo imparate a scuola, anche bene. Ma arrivando a Losanna, ho capito: parlare, scrivere, vivere in francese era tutta un’altra cosa. Sai quando pensi di avere imparato una lingua straniera e a una cena ti perdi le battute, i riferimenti, fai qualche gaffe e non riesci a esprimere bene quello che pensi? Appunto.
Eppure, quella stessa passione per la scrittura, il giornalismo, il bisogno di capire e interpretare la realtà mi avevano portato alla Televisione svizzera romanda. Cercavo, leggevo, trattavo dossier. Ricerca, analisi, organizzazione e scrittura: anche se i miei lettori erano produttori o giornalisti. Vedere i miei articoli pubblicati anche su Vigousse, da infoMéduse, il progetto di Christian Campiche, mi aveva dato fiducia.
Più tardi, quando lasciai la RTS per intraprendere la via dell’indipendente o freelance, la comunicazione politica, ho continuato a scrivere: comunicati stampa, rapporti, resoconti. Aiuto e accompagnamento alla redazione, ai discorsi, ghostwriting. Scrivevo articoli per le pubblicazioni del PS ticinese, che dirigevo e coordinavo, sempre sostenuti da fatti e argomenti solidi. E poi, come facevo e faccio da anni, scrivevo per chi non aveva avuto la fortuna di una buona scolarizzazione: lettere, e-mail all’amministrazione, ai medici, alle assicurazioni o ad altre istituzioni.
Come un artigiano pittore
La scrittura per me è come la pittura. Da un lato i grandi maestri: Leonardo da Vinci, Velázquez, Vermeer, Caravaggio, Degas, Picasso, Rembrandt… l’elenco è infinito. Dall’altro i pittori di mestiere: imbianchini, artigiani. O anche come i miei nonni andalusi quando imbiancavano la loro casa con la calce.
Come mio padre: non era né un artista né un professionista, ma per lui la pittura serviva a rendere meno duro il servizio militare obbligatorio nella Spagna di Franco, nel 1971. Il suo comandante, che aveva una casa di vacanza nei pressi di Cadice, aveva notato la sua attenzione ai dettagli e quella di un altro soldato. Così aveva ordinato loro di ridipingere la sua residenza di vacanza, mentre il resto dei soldati faceva istruzione. Quello stesso ufficiale aveva ottenuto e firmato i documenti che permisero a mio padre, una volta congedato, di raggiungere mia madre, già emigrata in Ticino. Senza quei documenti, non se ne parlava di lasciare la Spagna legalmente. Ancora oggi mi chiedo se quell’ufficiale, di mio padre, dovesse apprezzare la discrezione oltre all’abilità con pittura e pennelli.
Vernice, secchio e pennelli: senza essere un artista. Come mio padre, che si prendeva cura delle persiane di legno della vecchia casa in Ticino: le dipingeva con un bel verde vivo per proteggerle dalla pioggia, perché durassero. Così come la ringhiera del balcone, in ferro battuto, con i suoi motivi e le sue pieghe: la dipingeva affinché non arrugginisse. Persiane e ringhiera non le aveva dipinte un artista, eppure risplendevano, a differenza di quelle delle case vicine, private delle cure stagionali che mio padre riservava loro.
Come l’artigiano pittore, così intendo la mia scrittura. Anche se non sempre oso definirla così, senza remore. La parola scrittura suggerisce un’altezza, una qualità tali che preferisco dire che quello che faccio e pubblico qui sono dei testi. O meglio, sono le cose, le ròbe, che scrivo.
Un monito scolpito nella memoria
Il mare si richiude. L’acqua ingoia i corpi in un reboante silenzio. Il silenzio che solo parla per ciò che non riusciamo a dire. Un silenzio per il quale è nostro dovere trovare le parole.
Esseri umani che precipitano in una fossa comune desolata, nell’abisso delle tenebre.
Là fuori, i venti cupi si scontrano. La tempesta costringe il cielo nella collera impedendo alla speranza di pronunciare il suo nome. Le onde si frantumano con una rabbia di cui s’è scordata la genesi.
I corpi inanimati svaniscono nel mare plumbeo. Nell’oscuro, una luce s’apre cammino.
La tempesta si placa, diluendosi in un odore di salsedine e morte; a una a una, si svelano le stelle.
Il filo dell’acqua abbraccia la notte che piange i suoi morti finché il mare non si richiude su di loro.
Poi la tregua, effimera e fragile. La morte si sconta solo vivendo.
Partirono come le migliaia che lasciano la propria terra, fuggendo dalla miseria, dalla persecuzione, dalla guerra.
Schiacciati in una barca nel Mediterraneo; odissea umana nel mare in cui si sono riversati cento popoli da Algeciras a Istanbul. Oltrepassato lo Stretto, scorsero la terra, ma la tempesta portò con sé l’amaro del pianto eterno. A tendere le braccia, né la divina provvidenza, né un peschereccio, né i volontari a bordo di una nave salvatrice.
Morirono anonimi, come le decine di migliaia che ancora vi periscono, i cui cadaveri spesso non vengono ritrovati. Affrontarono il mare per conoscere il Mondo, non perché il mondo li costrinse alla fuga, all’esilio o a una fatale sorte. Un tortuoso viaggio e un destino descritti nel Canto XXVI dell’Inferno di Dante, che prefigura le tragedie umane dei giorni nostri.
Attraverso il Mediterraneo, condotti da Ulisse. Furono sospinti nell’ultimo sforzo dalla sua ingiunzione: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Virtù dell’humanitas che nella concezione dantesca abbraccia l’inappagabile sete di conoscenza oltre all’interesse benevolo dell’uomo per l’uomo, ereditata da Roma e dalle millenarie radici elleniche, che ci permette d’imporci ai più deplorevoli istinti ergendoci a esseri umani. Un concetto universale sviluppato e tramandato nel tempo che abbraccia la civiltà, l’uso della ragione, la trasmissione della cultura, la comprensione per la sofferenza altrui.
Valori impressi nelle pagine di Primo Levi, che evoca l’inferno dantesco nella testimonianza dell’orribile e disumana esperienza vissuta nel lager nazista di Auschwitz.
L’omonimo capitolo di Se questo è un uomo – in cui racconta di quando ne rimemorò dei passi cercando d’insegnarli a Jean, il «pikolo» di origini alsaziane – richiama il Canto di Ulisse e la sua ingiunzione. Versi con cui Primo Levi designa la barbarie dei campi di concentramento, rammentando lo scopo che l’uomo deve perseguire e che gli permisero, anche solo per un attimo, di trovare un’ancora di salvezza nella deriva della ferocia umana.
Ci rassicuriamo nella convinzione che la trasmissione della cultura – di cui la Divina Commedia e Se questo è un uomo sono parte per il tutto – sia necessaria per perpetuarne la memoria e per la formazione dei nostri figli, affinché diventino donne e uomini; un giorno portatori di valori etici.
Eppure, viviamo una realtà dominata dalla frenesia, dall’impulsività, dalla superficialità in cui l’individualismo egocentrico prevale sull’aspirazione a una virtù collettiva. Una società in cui, per appagare l’avidità del mercato imposto quale unico principio organizzatore della società, gli istinti vengono stimolati di continuo fino ad aizzarli al fine d’indurne l’appagamento immediato attraverso il consumo, in uno stato d’insoddisfazione permanente. Pier Paolo Pasolini descrisse l’avvento di questa realtà già negli anni ‘70: la società dei consumi aveva imposto, là dove «nemmeno il fascismo l’aveva ottenuta, l’omologazione distruttrice di ogni autenticità, di realtà particolari» e delle possibilità della persona di crescere differenziandosi. Un processo tentacolare che ha progressivamente invaso ogni ambito sociale, generando ciò che Pasolini definisce «l’appiattimento culturale e l’imbarbarimento civile».
Le politiche dominanti non sono estranee a questa mutazione, anzi. Sono tuttora dei motori che spingono alla frammentazione delle componenti sociali, funzionale all’accelerazione del consumo, alla concentrazione del capitale e quindi del potere. Hanno attinto agli strumenti più sofisticati dell’economia liberista – in particolare al marketing, all’analisi del comportamento e alla psicometria – al fine di ottenere consenso così come si conquistano parti di mercato. In tal senso, contribuiscono alle incessanti raffiche pubblicitarie e mediatiche, che sommergono le risorse imprescindibili per la trasmissione della cultura allontanandone la memoria.
Un processo attraverso il quale le politiche populiste elevano una barriera con cui isolano l’esigenza di trasmettere dei valori volti a uno sviluppo collettivo, a favore di strategie volte a incitare il consumo dell’opinione politica. Populismi che offrono reazioni preconfezionate mirando a ottenere il consenso appagando le paure delle popolazioni confrontate ai problemi più gravi causati dallo smantellamento delle conquiste sociali, dalle privatizzazioni, dalla deindustrializzazione che hanno sgretolato il lavoro e inasprito la disoccupazione, la precarietà e le disuguaglianze sociali.
Invece di adottare delle soluzioni per cercare di rispondere alle difficoltà delle popolazioni – negli anni ‘90 e soprattutto col nuovo millennio – le politiche dominanti e in particolar modo le destre hanno rinforzato l’austerità e ristretto le libertà; hanno represso i moti sociali, impugnato i nazionalismi e impedito di concretizzare un reale progetto d’integrazione delle popolazioni destinato in particolare ai più deboli e ai diseredati. Un contesto che ha favorito l’ascesa, la moltiplicazione e il potenziamento delle forze reazionarie – così come l’emergenza di neo-nazifascismi – nelle realtà più toccate da queste mutazioni ed esposte in maggior misura ai flussi migratori, in particolare al Sud e nei Paesi affacciati sul Mediterraneo.
Le forze politiche reazionarie e i loro attori, tanto protervi quanto servili del capitale, fomentano ormai da decenni le paure delle popolazioni e, istigandone le fobie, stigmatizzano l’alterità, la fragilità, la povertà, la disperazione delle persone che le incarnano, additate come colpevoli delle difficoltà a cui queste stesse popolazioni sono confrontate. All’impossibilità delle aspirazioni e alla frustrazione della massa, le destre reazionarie offrono – legittimandola – la possibilità di calpestare i diritti dei più deboli, ottenendo un consenso che ne venera la forza e ne determina il potere. Una svolta populistica con cui viene condotto un sistematico attacco al valore d’uguaglianza degli esseri umani nella loro dignità, che erode sia il progetto di convivenza solidale e pluralistica, sia l’arricchimento culturale collettivo.
La trasmissione culturale di valori umanitari e le persone che se ne fanno portatrici subiscono anch’esse una denigrazione continua, funzionale al processo in atto. Le destre nazionalistiche e reazionarie negano che la loro avanzata sia analoga a quella che ha preceduto i capitoli più scuri della Storia, per cui negano le pagine che ne mettono in luce il bieco progetto politico. Con la fine della Cortina di ferro e l’avvento della globalizzazione, l’Europa e l’Occidente hanno nutrito l’illusione di potere abbattere i muri che hanno marcato il secondo dopoguerra: oltre a quello di Berlino, anche i muri eretti dai regimi, dalle dittature, dai nazionalismi e dalle disuguaglianze. Trent’anni dopo ne constatiamo invece la moltiplicazione. Muri fisici e simbolici che le forze reazionarie erigono nella pretesa di proteggere delle presunte radici identitarie. Giorno dopo giorno sequestrano l’Europa e con lei l’ideale di una coesistenza civile e pacifica. Un processo con cui rifiutano sistematicamente la dimensione multiculturale della nostra storia e attraverso il quale generano l’esclusione, l’emarginazione e la segregazione sociale. Sollevano e alimentano continue tempeste d’odio che prospettano orizzonti desolanti. Esigono che non vengano tese le braccia ai diseredati, che altrimenti non giungerebbero a riva, con la pretesa di rigettarli nella devastazione delle terre martoriate da cui fuggono.
Chiediamoci che ne sia stato del nostro tempo. Di che cosa nutriamo i nostri figli? La prospettiva è sempre più bassa e buia. Per combattere e sconfiggere queste forze neo-oscurantiste e reazionarie, impedendo la riproduzione dell’atrocità e della malvagità umana, sono indispensabili un sussulto e uno slancio dissidenti che aprano delle fessure, debilitandole, nelle mura che erigono per affermare e rinforzare il proprio potere. È nella passività e nell’assenza delle voci dissenzienti che si riproduce la banalità del male. Richiamiamo a noi le pagine della nostra cultura e della nostra storia; siamone testimoni e trasmettiamole affinché perdurino nel tempo.
Facciamo nostra l’ingiunzione di Ulisse, come un monito scolpito nella memoria: non saremo condannati all’inferno perché avremo osato oltrepassare le colonne d’Ercole. Saranno il mondo più infernale e la dignità umana più svilita quanto più scorderemo che fatti non fummo a vivere come bruti, ma per perseguire la virtù e la conoscenza.
Le frasi in corsivo sono riprese da:
- Liu Xiaobo, «Il quattro giugno, una tomba», per il 13° anniversario della repressione di Tienanmen, 2002, Elegie del Quattro giugno.
- Giuseppe Ungaretti, «Sereno», Bosco di Courton, luglio 1918.
- Giuseppe Ungaretti, «Sono una creatura», Valloncello di Cima Quattro, 5 agosto 1916.
- Joan Manuel Serrat, «Mediterráneo», Mediterráneo, 1971 / progetto «Rescatemos nuestro mediterráneo», Comisión de ayuda al refugiado (CEAR), 2016.
- Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, XXVI.
- Pier Paolo Pasolini, «Il potere senza volto», rubrica «Scritti corsari», Corriere della Sera, 24 giugno 1974.
- Pier Paolo Pasolini, «Studio sulla rivoluzione antropologica italiana» (Gli italiani non sono più quelli), Corriere della Sera, 10 giugno 1974.
- Pier Paolo Pasolini, «Il vuoto di potere in Italia», Corriere della Sera, 1° febbraio 1975.
- Pier Paolo Pasolini e Paolo Brunatto, Pasolini e la forma della città, Rai TV, 1974.
- Ivano Fossati, «Quello che manca al mondo», Decadancing, 2011.
- Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, 1964.
David Marín, catalogo dell’esposizione « Hortus conclusus. L’illusione di un paradiso », Museo Villa dei Cedri, Bellinzona, 3 giugno – 8 novembre 2020. Un’esposizione di Marco Costantini (commissario d’esposizione).
L’esposizione : https://www.museovilladeicedri.ch/Hortus-conclusus-L-illusion-d-un-paradis-582ad200
Scarica il testo : Un monito scolpito nella memoria
aïeaïeaïe : un jeune boomer face à l’IA
aïeaïeaïe, c’est le carnet de voyage et de notes d’un jeune boomer confronté à l’IA : découvertes, doutes, réflexions et enthousiasmes partagés qui vous parleront peut-être aussi.
Visiter le site : https://aieaieaie.substack.com/
eddai : un giovane boomer alle prese con l’IA
eddai è il diario di viaggio di un giovane boomer alle prese con l’Intelligenza Artificiale: un percorso fatto di scoperte, dubbi, riflessioni condivise che mi auguro possano parlare anche a voi.
Visitare il sito : https://eddai.substack.com/
I panni della precarietà
La precarietà non è sempre stracciona, non strilla per forza e spesso – più di quanto si possa immaginare – non è un’accattona. La precarietà la incroci per strada, sta di fianco a te sui mezzi pubblici; ti sorride, ti dà il resto, ti dice buongiorno, arrivederci, grazie e nemmeno t’accorgi che l’hai incrociata, vista, sentita, respirata, sfiorata.
La precarietà, mentre t’innervosisci per un nulla alla pompa di benzina per un’infima attesa, ha già lavato, vestito, dato la colazione e portato a scuola uno o più bambini; s’è preparata, vestita, truccata, messa le scarpe col tacco che porta al lavoro perché obbligata e lo deve fare. Ha guidato, parcheggiato, camminato, indossato la divisa a meno che non la portasse già per guadagnare tempo. Ha timbrato, preparato la cassa, riempito gli scaffali, smistato, separato, ordinato e dovrà portare per più ore quelle stramaledette scarpe con un male cane, ma dovrà sorridere e sembrare gentile anche agli occhi del più maleducato e stronzo cliente, perché la cosa peggiore sarebbe perdere anche il lavoro.
La precarietà porta i vestiti della commessa, dell’impiegata a tempo parziale; di chi deve stirare, pulire, stare in piedi per ore, tagliare, piegare, impacchettare, sciacquare; rispondere al telefono, alle mail, a domande, a idiozie e – sorridente, gentile, disponibile come sempre – serve clienti che si credono imperatori del mondo solo perché stanno dall’altra parte del bancone.
La precarietà porta i vestiti di chi fino a ieri la precarietà credeva di non doverla incontrare mai, né sentirne l’odore né sfiorarne i contorni: un compagno, un marito, un lavoro, una casa, un bambino o forse di più; un lavoro alle spalle, un divorzio, una dolorosa separazione; un licenziamento, un’orribile delocalizzazione, degli alimenti consumati dall’attesa; la malattia, uno sfratto, un lutto da sopportare. La disoccupazione, la solitudine, l’isolamento, la depressione. Perché la precarietà non suona tre volte il campanello, non te lo dice sempre prima che arrivi e che apra con forza la tua porta di casa. Nella spensieratezza di un benessere materiale tanto effimero quanto apparente – quando arriva – ti sorprende, ti afferra con forza e ti spinge come se fosse una belva brutale nella tromba delle scale o nel baratro del vano di un ascensore.
La precarietà è il quindici del mese mentre tu pensi all’ultimo modello o alle vacanze da organizzare ed è sommersa nel panico dei giorni che restano. Conta e riconta gli spicci, stringe la cintura, si vergogna di chiedere e accettare l’aiuto degli altri, ammesso che rimanga qualcuno che un aiuto voglia o possa ancora dare; tornerà allo sportello dell’assistenza sociale, se ne ha il diritto, pagherà quelle fatture che malgrado quel lavoro e l’aiuto sociale la lasceranno ancora una volta senza una lira. La precarietà ha paura di un guasto, di una malattia. Prova il terrore e la vergogna di non potere accudire come vorrebbe i propri figli; di non potere offrire loro uno sfizio o qualche giorno altrove, ché quello è un lusso che solo quando te lo puoi permettere pensi che sia il superfluo a cui è facile rinunciare.
La precarietà può portare i panni accumulati nell’armadio in una vita anteriore, ma che sono lisi. Non perde un buono sconto, vende quel che può attraverso i siti del buon affare. Racimola, economizza, misura, fa durare tutto all’inverosimile e prega perché non nevichi, ché le gomme per la neve sono un lusso per altri, benché l’inverno stia arrivando e l’auto serva per andare a lavorare, che magari ci fosse un treno, un bus o meno di un’ora a piedi, in bici o vai tu a sapere come.
La precarietà è più invisibile, degna, rispettabile di quanto si possa pensare. La precarietà porta anche i panni di un uomo, di una vedova di un ex-impiegato, di una persona che chi l’avrebbe mai detto; di lavoratori che mai avrebbero accettato – prima – un impiego alla domanda, per quel misero denaro, in quelle condizioni, e che ora l’hanno e, nella speranza di non perderlo, minacciati, impauriti, deboli, non osano nemmeno dichiarare. E pure le lavoratrici che però da tempo hanno fatto il callo: si sono battute, hanno lottato, hanno alzato la voce e si sono anche rassegnate.
La precarietà è la paura costante che invade la testa, lo stomaco, le braccia fino alla punta delle dita e che non ti lascia dormire. È la vittima ideale e impotente del ricatto, del sopruso, della minaccia, dello sfruttamento.
La precarietà porta i panni di una nonna con la credenza vuota, ma che ringrazia la vecchiaia perché le toglie la fame e che ha più paura di uno sfratto che della morte: persa la casa perderebbe tutto e non saprebbe nemmeno più perché dovrebbe continuare a campare.
L’eredità e il messaggio del Baco
Ci sono persone per cui la passione per la politica non è il frutto di un’eredità familiare, ma il risultato di fattori che talvolta sfuggono a motivi razionali. È il mio caso. La mia passione per l’informazione è radicata nel fatto che mia madre, immigrata in Ticino nei primi anni Settanta, sia da sempre un’appassionata della radio. La radio accesa prima del caffè, che gracchiava le notizie a colazione. Poi a pranzo, il radiogiornale di mezzogiorno. La radio accesa da mattino a sera.
A me piaceva il telegiornale. Seguito con religiosa attenzione. Poi suonavano le campane e bisognava andare a dormire. Da quella finestra sul mondo, i giornalisti entravano anche nella nostra casa. Spiegavano, commentavano, mi facevano capire le notizie, anche quelle sulla politica. Tra loro, il mio preferito: Corrado Barenco.
Così la politica federale, le votazioni e le giornate di elezioni divennero mie passioni: come la finale di Coppa svizzera al Wankdorf, il Real Madrid, le partite dell’Ambrì e dei Granata seguite con l’orecchio appiccicato alla radiolina: una di quelle con l’antenna, col brusio in sottofondo senza che ci fosse verso di farle suonare bene.
Quando da giovane della Commercio appassionato di giornalismo mi fu offerta la possibilità di partecipare a un corso per i giovani che scrivevano nei giornali delle scuole, fui felice. Il corso prevedeva anche una visita a Berna: avremmo visitato Palazzo federale e incontrato dei giornalisti che avremmo anche intervistato. Incontrai Corrado Barenco, contento come un ragazzino a cui piace il tennis se dovesse incontrare Roger Federer. Ne scaturì un’intervista intitolata «Corrado Barenco: oltre il giornalista, l’uomo». Ricordo come se fosse ieri che gli chiesi quale fosse la cosa più importante del mestiere. Rispose «informare correttamente la popolazione». Semplice, senza grandi parole.
Da allora, durante gli anni che mi hanno portato anche a lavorare nel giornalismo, non l’ho mai dimenticato. Anzi, ne ho fatto anche un mio motto. Grazie a qualche incontro e a persone amiche comuni, ho poi scoperto che non avrei più dovuto chiamarlo Corrado Barenco, ma Baco. Eppure non mi è mai risultato facile perché Corrado Barenco era legato al mio ricordo e all’ammirazione che provavo da ragazzino.
Qualche giorno fa, Prisca – incontrata per la prima volta al funerale di Corrado Barenco - ma che dico! del Baco – ha condiviso il suo ultimo discorso anche con me. Parole che il Baco ha scritto per il suo funerale, cosciente che i suoi giorni fossero giunti agli ultimi sospiri a causa della spietata malattia. Un discorso che racchiude un esempio e un messaggio che ritengo importanti e a cui penso sia anche mio dovere dare continuità.
«Coerenza nei principi, della giustizia dapprima, nell’informazione giusta per far capire il contesto delle decisioni che venivano prese, nella difesa dei più deboli, nella critica senza compromessi a chi questi principi li maltrattava per interessi personali di parte, che mai hanno fatto parte del mio bagaglio culturale. È questo il messaggio che vorrei lasciare, nella speranza che ci sia sempre qualcuno che possa dare continuità a tutto questo, come si è fatto a Cuba con una società che mette l’uomo e non il soldo al suo centro, nella convinzione che solo con una solida cultura, anche politica, si possa tendere a una società la più giusta possibile. Hasta la victoria siempre.»
Queste sono le parole del Baco, questo è il suo messaggio; come molti altri, lo considero un prezioso regalo di cui essere grati. A noi, ora, Cuba o meno, spetta il compito di custodirlo con cura, farne tesoro e trasmetterlo affinché continui a vivere.
Grazie di cuore Baco. Hasta siempre.
David Marín, La Regione, 22 dicembre 2018
unristretto! (2011 – 2016)
Écrits, divagations et autres en français.
https://unristretto.wordpress.com/
Soprattutto (2014 – 2016)
Pensieri, parole e ròbe di David Marín.
https://soprattutto.wordpress.com/
Storie corte e sonnambule : 2026-2027
Progetto in preparazione.
Borsellino Souvenir
Mi auguro che presto ci siano notizie : stay tuned.
Leggi l’inchiesta collegata : « L’intervista a Paolo Borsellino »